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Diario in Comune

 

6 novembre 2017

 

PROFUGHI ovvero RICHIEDENTI ASILO

 

Girando per la città e parlando con i tanti cittadini che ho modo di incontrare, tante volte vengo sollecitata a rispondere sull'argomento dei "profughi". Mi piace l'idea, innanzitutto, che si parli di "richiedenti asilo" per insistere su un punto fondamentale: queste persone sono scappate da una situazione di violenza e disperazione, hanno lasciato tutto e tutti, hanno perso ogni ricchezza sperando in un futuro che potesse garantir loro almeno la sopravvivenza.

 

Sono scappati da una morte sicura e cercano una possibilità di vita. Purtroppo in questi giorni siamo di fronte ad una ulteriore strage nel Mediterraneo: a fronte di persone salvate, 26 donne sono giunte a Salerno morte. Le donne decedute, di nazionalità presumibilmente nigeriana, sembra fossero a bordo di un gommone dove vi erano anche uomini. Il barcone è affondato e le donne purtroppo hanno avuto la peggio.

 

Ci rendiamo conto che dietro i volti di chi arriva si nascondono storie tragiche. In Italia, arrivano bambini che nel loro Paese hanno dovuto fronteggiare miseria e atrocità. Davanti ai nostri occhi, ci sono volti di uomini sconvolti da guerre e violenze. Le donne hanno in loro paure ed insicurezze, violenze subite, che impediscono di pensare serenamente al domani.

 

Cercano la vita che hanno perso. Noi facciamo fatica a capire questo e parliamo di "invasione" perché non conosciamo ciò che sta veramente accadendo negli stati africani, dal rischio di morte per fame ( la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo ONU) a ciò che i regimi oppressivi con guerre civili portano avanti.  

 

Possiamo però scegliere di ridurre tutto ad un numero, togliendo ogni aspetto di umanità al fenomeno e cavalcando il discorso in modo populista. Ebbene, a Lissone i profughi richiedenti asilo ospitati regolarmente sono circa 100. Su una popolazione di circa 45.000 abitanti, in cui il 9% è di origine straniera, il numero corrisponde allo 0,2% dei residenti. Pochi o tanti, a seconda delle nostre opinioni. Numeri che negli ultimi due anni si sono stabilizzati, ma il fenomeno dell'immigrazione proveniente da Stati extra-europei ha inevitabilmente toccato anche la città di Lissone.

 

D'altro canto, so quanto difficoltoso sia rapportarsi con una cultura nuova, diversa dalla nostra, in cui certi comportamenti - e talvolta atteggiamenti - non fanno parte del nostro vivere abituale. Lo so, e da sindaco ho sempre cercato di monitorare le situazioni che sul nostro territorio appaiono come maggiormente problematiche dal punto di vista sociale.  

 

Ho incontrato i lissonesi residenti, ho sollecitato interventi da parte delle Forze dell'ordine per verificare che spazi e condizioni igienico-sanitarie fossero entro le regole, ed ho soprattutto chiesto alla Prefettura di Monza di non creare ghetti. Lissone non è contro l'ospitalità, ma la vuole attuare con un costante dialogo inter-comunale che garantisca l'assoluta sicurezza dei cittadini lissonesi residenti, eviti la piaga della ghettizzazione sociale ed avvii un percorso di vera inclusione sociale.

 

Un ruolo fondamentale lo hanno gli Enti che si impegnano nell'accoglienza dei migranti, in chi predispone percorsi di inclusione sociale, culturale e territoriale. 

Ho difeso il principio dell'accoglienza diffusa, dove nuclei piccoli, familiari, possono inserirsi in contesti abitativi senza creare disturbo e rotture con le famiglie che già ci abitano. 

Mi sono scontrata con situazioni ed enti gestori che non sempre hanno rispettato questo principio e mi sono battuta e continuerò a farlo perché delle presenze eccessive diminuiscano (la responsabilità è anche di chi decide di affittare i propri locali sfitti alle cooperative che gestiscono l'accoglienza).

 

Ho incontrato molte volte le cooperative che gestiscono i ragazzi e ho controllato il loro operato e che rispettassero gli accordi presi con la prefettura.

 

Questi ragazzi vivono un tempo di attesa molto lungo. 

Quando sbarcano pensano che il loro calvario sia terminato e si aspettano forse molto. Invece si trovano in un "limbo" e ci devono stare per molti mesi prima di vedere formalizzata la loro posizione. Non tutti hanno i requisiti di "richiedenti asilo".

Difficile per un ragazzo di 20 anni che ha camminato per mesi attraversando il deserto, che è riuscito a salvare la propria vita, accettare di stare fermo, in un tempo che sembra infinito. Certo hanno da mangiare, hanno una casa dove stare, possono imparare una lingua, c'è qualcuno che si occupa di loro.

 

Molti vorrebbero bloccarli, preservare i propri territori, costruire muri , porre sentinelle che vigilino l'ingresso nelle città e negli stati, ma non possiamo fermare questo esodo di disperati. Non è una questione emergenziale, ma è strutturale di un sistema economico e finanziario.

Certo, sarebbe giusto e corretto " aiutarli a casa loro". Ma non abbiamo fatto nulla perché questo potesse avvenire : abbiamo impoverito i loro territori di risorse, o semplicemente abbiamo venduto loro le nostre armi.

 

E ora eccoli qui da noi: li troviamo seduti sulle panchine dei nostri giardini, camminano sui nostri marciapiedi, ci guardano e ci osservano. E abbiamo la sensazione che la nostra città non sia più nostra. Non siamo in grado di leggere e capire i sentimenti espressi da quei grandi occhi scuri su quel viso scuro. Ci paiono troppo distanti, troppo lontani da noi.

 

Che fare?

 

Non avere paura innanzitutto perché, siatene certi, chi è predisposto alla sicurezza e all'ordine pubblico sta svolgendo il proprio dovere di controllo e di intervento e l'Amministrazione è in dialogo continuo con Prefettura e gli Enti gestori perché i numeri di richiedenti asilo siano contenuti nella logica di limitarne la presenza e di un intervento sostenibile con la realtà della nostra città e i nostri spazi dell'abitare.

 

Stiamo anche intervenendo per controllare e limitare chi chiede con insistenza elemosina creando anche situazioni spiacevoli soprattutto rispetto a persone anziane.

La maggior parte di questi ragazzi arrivano da fuori Lissone e svolgono la raccolta di elemosina come "un lavoro"; alcuni sono inseriti nel percorso di accoglienza e non dovrebbero impiegare il loro tempo in questa attività ( anche perché non è per niente etico ). Sarà mia cura intervenire perché tutto sia inserito in un percorso di legalità rispetto a protocolli firmati e ad impegni assunti.

 

Possiamo provare a conoscere la realtà e la storia di questi ragazzi, anche chiedere loro di collaborare all'interno delle nostre associazioni culturali o sportive. Magari potremmo scoprire doti sportive nascoste!!!

 

Tenendo presente la misura data dai numeri, cerchiamo però di arrivare alla persona.

 
per approfondire...
 

 
Ultima Modifica: 06/11/2017