Diario in Comune

 

14 febbraio 2021

Il Giorno del Ricordo

 

Care concittadine e cari concittadini,

la Città di Lissone ha celebrato, con una cerimonia istituzionale inevitabilmente ristretta per ottemperare ai protocolli anti-contagio, il Giorno del Ricordo.

Un appuntamento che ogni anno ci vede riuniti in un luogo simbolico della nostra citta, Largo Martiri delle Foibe, per tenere viva la memoria di una tragedia che per decenni è stata dimenticata e di cui per anni non vi fu la sufficiente possibilità di esserne informati e di conoscere cosa fosse realmente successo.

Il Giorno del Ricordo, istituito a livello nazionale, rappresenta un momento di riflessione e di approfondimento, riporta l'attenzione sulla tragedia delle foibe e dell'esodo degli istriani, dei giuliani, dei fiumani e dei dalmati italiani. È importante che anche a livello locale, tale ricordo ci sia: per questo ringrazio le associazioni oggi presenti e in modo particolare l'ANVGD per l'impegno e la costanza con cui, ogni anno, ci offrono materiali di riflessione. Anche quest'anno la sezione ANVGD della Provincia di Monza e Brianza mette a disposizione, tramite le piattaforme video, contenuti utili a comprendere la tragedia delle Foibe, proseguendo nel lavoro di recupero che ci accompagna da anni.

Le Foibe rappresentano una tragedia del Secolo scorso, oggetto di un intollerabile tentativo di oblio per dimenticare fatti che ancor oggi devono essere completamente decodificati e compresi. Penso, ad esempio, alle Foibe non ancora scoperte e alle storie drammatiche che, seppur a distanza di tempo, il lavoro degli storici permettono di recuperare.

Le Foibe, e con esse l'esodo che interessò migliaia di nostri concittadini, rappresenta una pagina drammatica della nostra storia nazionale. Oggi, a distanza di decenni, la verità storica emerge con tutta la propria forza.

Penso, al proposito, all'importante lavoro di recupero della memoria nazionale svolto dai presidenti della Repubblica Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. Proprio il presidente Mattarella, lo scorso anno presente alla foiba di Basovizza, sottolineò come "ancor oggi il vero avversario da battere, più forte e più insidioso, è quello dell'indifferenza, del disinteresse, della noncuranza, che si nutrono spesso della mancata conoscenza della storia e dei suoi eventi".

Essere qui, nel Giorno del Ricordo, significa lavorare nella direzione suggerita dal presidente Mattarella: mantenere vivo il ricordo, cooperando affinchè simili tragedie non si ripetano più nella nostra storia.

Il rischio che corriamo, e che corrono anche le nuove generazioni, è che la mancanza di una memoria condivisa non aiuti a costruire la memoria di una nazione. E allora è giusto ricordare, spiegare, approfondire, anche ai più giovani, cosa è avvenuto. È doveroso tramandare alle future generazioni tutte le pagine della storia nazionale, anche le più difficili, le più tristi, le più inspiegabili. E la tragedia delle Foibe è una di queste.

 

Furono migliaia i cittadini italiani infoibati dopo inaudite violenze e persecuzioni, trovando una morte drammatica, che spezzò per sempre legami famigliari, parentali, amicali. Un dramma che coinvolse uomini e donne, adulti, bambini e anziani. Furono centinaia di migliaia gli esuli costretti a lasciare la propria terra e le proprie case, tra infinite difficoltà e sofferenze, perdendo di fatto le proprie case, i propri affetti, i propri sogni, i propri desideri.

Ogni anno, in questi giorni, un'immagine riaffiora sui telegiornali, sui giornali, sulle locandine della programmazione degli eventi. È la storia di Egea Haffner, nata a Pola, Italia, nel 1941, la "bambina con la valigia" come la raffigura una fotografia divenuta celebre. Lei, come migliaia di altre persone, costretta ad andarsene per sempre dalla sua terra, dalla sua casa. 

Chi fuggì, lo fece trovando accoglienza nei 109 Centri Raccolta Profughi sparpagliati nel territorio italiano, che hanno rappresentato anche per anni la triste ospitalità offerta dal nostro Paese per migliaia di istriani, fiumani e dalmati nell'immediato dopoguerra. Vecchie caserme, ex campi di prigionia del periodo bellico e scuole furono adattati ad accogliere in promiscuità ed in condizioni igienico-sanitarie precarie centinaia di nuclei famigliari, che restavano a lungo separati dai parenti, dalle amicizie della località d'origine e spesso accolti con diffidenza dalla popolazione del luogo che li ospitava.

L'indifferenza, il disinteresse e la mancanza di conoscenza della storia impedì, allora e per molti decenni, di comprendere la tragicità di quei fatti, lasciando che la storia scorresse. I contemporanei di allora non seppero leggere la storia e non presero posizione, si limitarono ad osservare, talvolta a giudicare. Un rischio che noi tutti corriamo oggi, lasciando i drammi del nostro tempo in preda all'oblio. Penso alle guerre dimenticate, a personaggi discussi, non raccontati o dimenticati.

Di conseguenza, è opportuno più che mai che quegli errori non si ripetano in chi, come noi, oggi lamenta gli errori e le mancanze di chi ci ha preceduto e che non è riuscito ad intervenire. Anche ora, anche oggi, siamo a conoscenza di fatti discriminatori, di ignobili sofferenze, di persone e popoli che fuggono dalla loro terra scappando da guerre, da discriminazioni. Mi riferisco ad esempio - ma gli esempi potrebbero essere molteplici - a quello che sta accadendo in territorio bosniaco dove migliaia di persone sono abbandonate a loro stesse, immerse nei boschi, fra la neve, respinte e ignorate. Un esodo che ha motivazioni e ragioni storiche differenti da quelle che videro coinvolte le popolazioni degli istriani, dei giuliani, dei fiumani e dei dalmati italiani. Non intendo fare paragoni di alcun genere, ma di fronte a questi fatti non possiamo rimanere indifferenti.

Siamo in presenza di un esodo di difficile lettura e di difficile comprensione, dove al dramma igienico-sanitario se ne affianca uno più prettamente sociale. Non distante da quelle terre che ormai 75 anni fa videro un popolo costretto a fuggire, ora ve n'è un altro in transito, in cerca di un nuovo spazio in cui vivere. Un esodo che ci impone, quantomeno, la comprensione di quei fatti.

È un'emergenza di difficile lettura che deve stimolare in noi la riflessione, la comprensione, la volontà di conoscere. Non possiamo permetterci noi, oggi, di agire con sufficienza e di mandare nell'oblio fatti che salgono agli onori della cronaca per pochi giorni, per poi sparire.

Al tempo stesso, chi vive da contemporaneo i fatti della storia, sarà giudicato a posteriori.

Nei giorni scorsi ho ricevuto una lettera aperta nella quale mi si richiede di adoperarmi per sostenere l'approvazione della proposta di modifica della Legge n. 178 del 3 marzo 1951, al fine di permettere la revoca delle onorificenze concesse dalla Repubblica Italiana anche a persone defunte, qualora queste fossero riconosciute responsabili di crimini contro l'umanità. Successivamente a questa approvazione, di procedere alla revoca dell'onorificenza concessa al maresciallo Tito.

La storia dice che nel 1969 l'onorificenza dello Stato Italiano (Cavaliere di Gran Croce, decorato di Gran Cordone) è stata assegnata al Maresciallo Tito.

La richiesta di modifica di Legge nazionale rimane di competenza parlamentare, cui spetterà avviare un dibattito in tal senso; da parte mia auspico che tale dialogo possa poggiare le basi sulla condanna di ogni nazionalismo, di ogni suo strascico, e che sia un dibattito distante da pericolosi revisionismi storici e da rivendicazioni politiche.

La distanza di tempo intercorsa da quei fatti ci offre, comunque, oggi la possibilità di comprendere la storia, i fatti, le responsabilità. Ci dona la possibilità di circostanziare fatti e decisioni.

Mi auguro che il dibattito parlamentare, già avviato con richiesta di modifica di legge, possa giungere ad una costruzione della verità nazionale: se togliere una onorificenza significa restituire pace a chi ha sofferto, ai parenti, ai figli e ai nipoti, è giusto che la storia faccia il proprio corso, distaccandosi anche simbolicamente da ogni dittatura e da ogni sua recrudescenza.    

Chiedo personalmente scusa a tutte queste persone, come a tutte quelle che nel secolo scorso vissero tragedie enormi e lasciarono la loro vita quotidiana. Verso di loro abbiamo l'obbligo di ricordare e di costruire la memoria del nostro Paese. Al tempo stesso, noi tutti dobbiamo sentire un grande impegno morale verso le tragedie enormi che ora stanno avvenendo.

 

 
Ultima Modifica: 19/02/2021